JAY reinterpreta “Always” di Bon Jovi: quando la nostalgia si fa voce e presenza scenica
Nel panorama musicale contemporaneo, così spesso dominato dalla frenesia dell’inedito e dall’urgenza di distinguersi, è raro imbattersi in una cover capace non solo di omaggiare l’originale, ma di riscriverne, con discrezione e rispetto, l’impronta emotiva. 👇

Questo è ciò che effettivamente accade con l’interpretazione di JAY, membro del gruppo k-pop sudcoreano ENHYPEN, della celebre “Always” di Bon Jovi. Un brano iconico, simbolo indiscusso del romanticismo straziante degli anni ’90, che nelle mani (e soprattutto nella voce) di JAY, acquisisce nuova linfa e nuove sfumature.
L’operazione, va detto, non era priva di rischi. “Always” è una canzone che, sfortunatamente o fortunatamente, non concede scorciatoie: costruita su una melodia struggente, richiede estensione vocale, controllo tecnico, ma soprattutto un’urgenza emotiva autentica. In questo senso, la scelta di JAY di ispirarsi alla versione live eseguita da Bon Jovi nel 1995 al Wembley Stadium è già una dichiarazione d’intenti. Non si tratta di un semplice tributo, ma di un tentativo consapevole di entrare in dialogo con una memoria collettiva musicale, restituendole voce e corpo nel presente.
La voce di JAY racconta senza urlare
La performance, fin dalle prime note, si distingue per il suo equilibrio sottile tra fedeltà e reinvenzione. JAY non forza la propria vocalità nell’imitazione pedissequa del timbro graffiato e viscerale di Jon Bon Jovi, né si rifugia in una sterilità tecnica. La sua voce si apre con dolcezza, quasi in punta di piedi, lasciando emergere una vulnerabilità trattenuta ma palpabile. Poi cresce, si tende, si spezza nei momenti giusti, mantenendo sempre un rigore espressivo che non sfocia mai nel patetico.
L’emozione in equilibrio
Quello che colpisce è l’equilibrio tra rigore tecnico ed espressività. Ogni parola sembra sentita, pesata, scolpita. Il dolore e il rimpianto del testo non vengono esibiti ma interiorizzati, e questo conferisce alla performance una qualità quasi cinematografica. JAY canta come se stesse ricordando qualcosa che non può più essere, con la dolcezza di chi accetta la malinconia, ma non la trasforma in melodramma. C’è una grazia sottile nel suo modo di raccontare il tormento, e questa scelta stilistica lo distingue.
Anche l’arrangiamento accompagna con discrezione questa lettura più intima e riflessiva. Le scelte sonore, pulite e rispettose, creano uno sfondo che valorizza la voce senza ingombrarla. Non c’è compiacimento, né ostentazione: solo il desiderio, tangibile, di far rivivere un brano senza snaturarne l’anima.
In definitiva, senza dubbio, questa cover di “Always” è più di un esercizio di stile. È un incontro tra epoche, tra codici musicali diversi, tra sensibilità lontane ma capaci di riconoscersi in un linguaggio universale: quello dell’amore che resiste al tempo, della memoria che si fa canto, della bellezza che torna a farsi sentire con nuova voce. JAY dimostra, con maturità sorprendente, che reinterpretare un classico non significa replicarlo, ma ascoltarlo profondamente — e poi, con rispetto e creatività, rispondere.
Questa cover non urla, non seduce, non cerca l’applauso facile. Piuttosto, sussurra — e nel farlo, arriva lontano.